Breve riassunto. Meglio ancora, breve premessa. Se si vuole fare una manifestazione a Roma, dall’aprile del 2009, a regolare i percorsi c’è un Protocollo firmato dal Comune, Prefetto e sindacati, che dovrebbe valere per chiunque. Il protocollo indica sei percorsi con tre piazza d’arrivo: San Giovanni, Piazza del Popolo, Piazza Navona, ma prevede anche una valvola di sfogo: possibili deroghe per manifestazioni nazionali. Un protocollo apparentemente logico, data la possibilità di eccezioni, che però la vicenda del Pride dimostra essere uno strumento ambiguo, utilizzabile ad arte per strangolare la libertà di manifestare.
Ecco i 40 giorni di Gogol. Il Mario Mieli, organizzatore del Roma Pride 2009, chiede i percorsi per arrivare a San Giovanni (uno già utilizzato per il Pride del 2007). La risposta è no: c’è una manifestazione religiosa troppo vicina al percorso. Il Mieli ci riprova chiedendo una data diversa, il 20 giugno. No: c’è la festa di San Giovanni dopo 4 giorni e, prevedendo probabili preparativi, ci sarebbero i fedeli che potrebbero incrociarsi con gli omosessuali. Il Mieli, incredulo per la risibilità delle motivazioni, chiede Piazza del Popolo. No: troppa gente e troppi carri, non c’è spazio per arrivarci. Visto che i rimanenti percorsi del famoso protocollo risultano brevi e defilati, il Mieli chiede allora una deroga alla regola, trattandosi di manifestazione a carattere nazionale, proponendo l’identico percorso dell’anno precedente, che la Questura stessa aveva ideato e offerto dinanzi a un altro incredibile diniego riguardante San Giovanni. No: perché non è previsto dal Protocollo e poi passa per Madonna di Loreto. Alla domanda cosa impedisca il passaggio in quello slargo se la Madonna o il ricordo di Piazzale Loreto, e perché mai ci sono state infinite deroghe al famoso accordo, la risposta è che il protocollo nasce per non passare vicino a Piazza Venezia. Controproposta della Questura: l’unico percorso ortodosso secondo la Bibbia-Protocollo: da Bocca della Verità a Piazza Navona. Tradotto per chi non è di Roma: un percorso percorribile a piedi in un quarto d’ora, che passa giusto appunto vicino a Piazza Venezia. Da sinistra, però, non da destra, senza ironia ideologica. Oppure la questura è pronta a dare una deroga (impossibile venti secondi prima) offrendo un circuito infinito attorno ai fori, tipo giro turistico tra le vestigia dell’antica Roma.
Questo riassunto, che imbroglia la mente su nomi di vie e piazze, non è inventato, ma scritto nero su bianco. Partendo dalla certezza che questo racconto non l’ha scritto Gogol, anche se gli sarebbe venuto splendido, una domanda nasce spontanea: chi l’ha ideato. E perché? La Questura, obbligata a sbrogliare un protocollo demente? Il Comune, che pur avendo promosso il protocollo, assicura che non si interessa ai percorsi delle manifestazioni? La Prefettura, silente solo in apparenza? La burocrazia offre la risposta ovvia: la Questura. Il buon senso rifiuta la risposta, anche perché una certezza (l’unica) regna sovrana per tutti: il Pride non è un problema d’ordine pubblico. Allora cosa è? Un problema di traffico? Qualunque romano medio avrebbe un tracollo di bile al solo pensiero che una manifestazione, a giugno, di sabato, in centro, possa costituire un problema di circolazione stradale. Un fastidio per qualche gerarchia ecclesiastica? Probabile, gli infiniti divieti su Piazza San Giovanni fanno pensare anche a questo, ma certamente non c’è nesso con la viabilità del centro di Roma. A quella politica e istituzioni che non vogliono occuparsi di diritti civili e gradiscono che le richieste in tal senso si riducano ad un brusio periferico? Certamente. Ma non basta. La vicenda percorsi è in realtà una vicenda di spazi di libertà, di pluralità di opinioni, di dissenso democratico, di manifestazioni di popolo e non di strutture, di diritti, di visibilità, dei nodi irrisolti della nostra nazione. Quindi qualche ostacolo tecnico può essere utile, soprattutto quando è determinante per la buona riuscita di una manifestazione. Sfilare sotto gli occhi di tutti, in massa, pacifici, con richieste serie, necessita strade larghe, ideali e reali, piazze immense fisiche e di pensiero. Obbligare il tutto su brevi ed isolati percorsi, non è un problema di asfalto, ma di rosicchiamento di libertà e democrazia.
L’osservazione stravagante che viene fatta al Pride è questa: è solo una faccenda di carte da rispettare e di strade proibite (irrilevante poi se quelle carte in altri casi vengono disattese e se quelle strade sono vietate a caso). Nessuno proibisce il Pride.
Viene da rispondere: e ci mancherebbe pure; non siamo mica in Russia, dove gli omosessuali sono caricati dalla polizia. O forse no, non è vero, forse stiamo proprio scivolando nella Russia, ma non in quella palesemente poco democratica del 2009, bensì in quella dell’ottocento di Gogol, soffocata, plumbea, burocratica. Il Pride ne è proprio l’antitesi più eclatante. Un’occasione da non perdere per tutti, in qualunque strada sarà.
Rossana Praitano
Presidente Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli
Fonte L’Altro
http://www.mariomieli.org/
Per tutto ciò, vi invito a sostenere la causa dell'Arcigay Roma iscrivendovi al gruppo facebook ROMA PRIDE 2009 , oppure partecipando di persona all'avvenimento, come singoli, associazioni, gruppi organizzati, politici, in veste istituzionale o privata scrivendo a romapride@gmail.com
postato da: Biodoctor alle ore 17:33 | Categorie del post:italia, chiesa, notizie, gay , polemica, attualità , dirittiumani, bugie, omosessualità , cattolici, ingiustizia, bigottismo, arcigay, estremismo, gay pride, cittadino, alemanno, iniziativa, indecenza, repubblicadellebanane


















































